Dopo la Pandemia da COVID 19, i cosiddetti “grandi della terra” avrebbero dovuto affrontare compatti un’altra e addirittura più impegnativa sfida per l’intera umanità: il riscaldamento climatico dovuto ai c.d. gas serra di origine antropica; sarebbero stati, comunque, in forte e imperdonabile ritardo.
Pur tralasciando che il concetto di gas a effetto serra venne teorizzato addirittura nel 1827, risale al1972, ad esempio, la “Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’ambiente umano” nella quale si legge che “Siamo arrivati ad un punto della storia in cui dobbiamo regolare le nostre azioni verso il mondo intero, tenendo conto innanzitutto delle loro ripercussioni sull’ambiente Per ignoranza o per negligenza possiamo causare danni considerevoli ed irreparabili all’ambiente terrestre da cui dipendono la nostra vita ed il nostro benessere” (Par.6).
E nel1994, con la“Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici”, i Paesi firmatari si dichiaravano “..consapevoli che i cambiamenti di clima del pianeta e i relativi effetti negativi costituiscono un motivo di preoccupazione per il genere umano..”.Gli stessi governanti si dichiaravano “..preoccupati per il fatto che le attività umane hanno notevolmente aumentato le concentrazioni atmosferiche di gas ad effetto serra, che questo aumento intensifica l’effetto serra naturale e che tale fenomeno provocherà in media un ulteriore riscaldamento della superficie della terra e dell’atmosfera e può avere un’influenza negativa sugli ecosistemi naturali e sul genere umano..”.
Sono poi seguiti, nei decenni successivi, altri trattati, protocolli di intesa, provvedimenti normativi ed eventi ma, purtroppo, senza i risultati dovuti: “..stiamo andando verso la catastrofe climatica”, “ci stiamo scavando la fossa”, ammoniva il Segretario dell’ONU Guterres alla COP26 di Glasgow del 2021; “Clima, la minaccia più grande mai affrontata dall’umanità“, ammoniva nello stesso anno, sulla scia dei report dell’IPCC, il grande naturalista britannico David Attenborough.
I “grandi della terra”, invece, anziché unirsi compatti per fronteggiare la crisi climatica in essere, ci hanno riportato – con tragico passo indietro di oltre 70 anni – a scenari, discorsi e paure da Prima e Seconda Guerra Mondiale, quando le controversie internazionali, o anche le semplici mire espansionistiche, venivano affrontate con laguerra, ossia con la legge del più forte. Stiamo quindi vivendo in questo 2025 il dramma dell’invasione dell’Ucraina, del conflitto arabo – israeliano e di un’altra cinquantina di conflitti in tutto il mondo, il numero più alto dalla Seconda Guerra Mondiale.
Abbiamo quindi disonorato quel bellissimo Preambolo della Carta delle Nazioni Unite che nel 1945 suonava come una rinascita della ragione, della civiltà e, soprattutto, deldiritto: “Noi popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità, a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole, a creare le condizioni in cui la giustizia ed il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e dalle altri fonti del diritto internazionale possano essere mantenuti, a promuovere il progresso sociale ed un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà”.
E così, sempre per volere dei “grandi della terra”, dopo centinaia di migliaia di morti e interi territori ridotti a cumuli di macerie, anziché investire tutte le risorse possibili per tutelare l’ambiente, ossia affrontare o mitigare i cambiamenti climatici, ci accingiamo a investire miliardi di euro in armamenti, a conferma della “involuzione” dell’essere umano (rectius, della sua classe dirigente) che, ripeto, sembra voler tornare alla forza, allaguerra, quale strumento per fare valere le proprie idee o pretese (guerrache, oltre a un tragico costo di vite umane, ha paradossalmente anche una forte “impronta carbonica”). È stato al riguardo acutamente affermato che “Scegliere le armi anziché affrontare il disastro climatico e la fragilità sociale non è una necessità economica, è un fallimento politico”.
Occorre tornare invece, con speranza e coraggio, al “diritto” quale unico strumento di prevenzione e/o risoluzione delle controversie internazionali.
Occorre, allo stesso tempo e allo stesso modo, far uso del “diritto” per cercare di salvare il nostro Pianeta dal riscaldamento climatico e da tutte le sue conseguenze che costituiscono una delle più grandi “ingiustizie” della storia dell’umanità: i Paesi che ne soffrono maggiormente gli impatti sono quelli che hanno minori responsabilità e, di contro, i Paesi “industrializzati”, che hanno prodotto la maggior parte dell’inquinamento e causato il riscaldamento della temperatura media globale, ne soffrono meno.
“Diritto per l’Ambiente” nasce anche da questa speranza e con questo auspicio: affermare e fare valere il “diritto” per tutelare l’ambiente e il nostro pianeta che, sciaguratamente, stiamo portando alla catastrofe.
Il quadro normativo del diritto dell’ambiente, internazionale e nazionale, è oramai corposo e quasi omnicomprensivo e due recenti e già “storici” provvedimenti (Ordinanza delle S.U. della Corte di Cassazione del 21 luglio u.s. e il Parere della Corte Internazionale di Giustizia dell’AIA del 23 luglio u.s.) hanno affermato in modo chiaro che gli Stati hanno obblighi giuridici precisi nel prevenire i danni ambientali e nel garantire un futuro sostenibile anche per le generazioni a venire.
Basterà anche solo far conoscere queste norme, diffondere questi concetti per poter dire, un domani, che è valsa la pena costituire l’associazione ma, confido e spero, si potranno ottenere anche altri e maggiori risultati.
Ringrazio ancora una volta i Colleghi soci fondatori e, in anticipo, tutti coloro che vorranno dare un loro contributo alla crescita e all’affermazione dell’Associazione, ossia dei suoi principi.
Il Presidente,
avv. Arnaldo Del Vecchio



